E sulla tavola.

E sulla tavola macchie d’inchiostro rosso acidulo umidiccio denso colloso e spesso. E sulle gambe pezzi di tavola e tovaglia spessa e umidiccia densa e collosa e spessa ancora di nuovo spessa. E spesso piatti di cose senza fame e dita che fame mai non hanno non di quello non di piatto non di fame fame. E vetro e ghiaccio in vetro e pietre e riflessi di finestra specchio e poi la solita minestra è voglia di far tardi e poco resta. Dentro cosa c’è, dentro alla tua testa. Ti dico che t’ho detto, dico “basta” e poi c’è quel che resta nella testa che germoglia e fa una festa. Il giorno dopo, quando sulla tavola le macchie son rimaste e c’è un alone che non fugge, non si lava ma nemmeno se si vuole.

Giri di parole che si rincorrono negli occhi. Vicini ma lontanissimi, distanti anni luce dalla realtà, reali come pochi e tanto tanto pochi da volerne ancora un po’ di più. Soltanto un po’.

Ho un’ultima sigaretta che sa di buono e riempie il vuoto, lucida i pensieri e passa sopra ad essi. T’illude d’esser sulla giostra. Sulla giostra ancora. Se vuoi la smezziamo. Quest’estate tra le balle.

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