Turn it up up up e via.

Come se non fosse già abbastanza semplice perdersi dentro se stessi, ci si perde via anche dietro a niente. Come se non fosse già abbastanza semplice perdersi dietro a nulla, ci si perde via, dietro a tutto. Situazione, questa, paradossalmente proficua e non dispensiosa, in termini di tempo ed energie. Sì, metabolisticamente parlando si è spesso più stanchi. I muscoli navigano nell’acido lattico ormai lasciati a marinare per settimane. Gli occhi si fanno più piccoli. La pelle, nonostante il sole, forse più bianca. Di un trasparente alieno. Con venature verde elettrico e blu che attraversano il petto e la spina dorsale. Non un gran bel vedere, si pensa giustamente, più che legittimamente. Il fegato ha un buco del diametro del cerchione di un Hammer. I polmoni tossiscono e ciò che esce dalla bocca è solo la punta d’un immenso iceberg di catrame. L’asma si fa densa. Il fischio risuona nella stanza buia come il rantolo di un vecchio che arranca in salita su per la Scala Della Ragione. Scivolando sulla finitura liscia e scivolosa degli scalini. Scivolando su tutti. Sui piedini si formano i calli. In punti più che strategici. Sui talloni. Perché lo strato indurito di pelle aiuta lo sprint necessario alla fuoriuscita dal cesso chimico. E la pianta. Che con il contapassi ha sopportato intorno al miliardo e mezzo di saltellini, più o meno ritmici. Più o meno a tempo. Più o meno. Ed è così che togli una felpa in più. Accorci un pantalone in più. Arrotoli una manica. Buchi una tasca. Perdi un soldino e caschi da un gradino. E questo è, su per giù e nel limite della più sommaria descrizione, l’aspetto fisico – a danno del fisico – che momenti ludici come gli ultimi possono arrecare alla persona. Dentro, però, si muove tutto in maniera molto più armonica. Come la vaniglia che si mischia col cioccolato nel ricciolo del soft ice. Come il burro sopra la bistecca. Come il sale sulle patatine. Come il fresco dal finestrino e la stretta della tua mano mentre imiti la regina. Dentro senti musica e note e il calore del sorriso di chi ti sta a destra e di chi ti sta a sinistra. Ti porti in fronte a chi ti sta avanti, ti giri e sorridi anche a lui. Poi compi cerchi concentrici in giro per la stanza e copri le più ampie superfici di pavimento e più volte, segno del tuo passaggio che vuoi possa restare anche dopo una passata di mocio. Sento le tue parole all’orecchio, le tue parole davanti, poi un pezzo e una strofa. Una nota stonata e una spinta. Un braccio e una mano. Un piede, sul piede. Un fianco sul fianco. E poi via, di nuovo. A tempo. E dentro. Veloce al freddo. E poi fuori. Di nuovo al caldo. Stai bene e lasci che scorra. Lasci che vada.

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