Riflettendo sull’ impresa

IMPRESA

di Camilla Boselli

2° copy A

A/A 2008-2009

Al suono della parola impresa, la sensazione che mi nasce dentro è quella di un ingente carico di doveri ed obblighi che si ammassano sulla mia schiena ed aumentano di volume con il passare degli istanti.

Il fine di tale impresa mi appare sempre dolce ed allettante, costruttivo e maestoso.

Il viaggio che mi separa da tale dolcezza è l’impresa stessa, e nella mia testa assume proporzioni incommensurabili.

La pigrizia è il mio nemico, mi tira per i capelli mentre il suo servo mi slaccia le scarpe invitandomi a mettermi comoda.

Nell’intraprendere tale viaggio lo “start” è luogo apparentemente più irraggiungibile del “finish”. Cominciare, si sa, è sempre un esorcismo doloroso.

Le informazioni si moltiplicano rendendosi confuse.

Sembrano non rientrare sotto alcuna categoria, che in quel momento credo di conoscere.

Vivo di condizioni e di tempi condizionali.

Sono sulla giusta strada, poi una finestra si chiude facendo sbattere rovinosamente il vetro e m’accorgo di aver realizzato il “non”, il “no”, il “non mi piace”,

ma soprattutto, e inevitabilmente, il ”basta”.

Quel basta mi gira attorno per un po’ facendo le fusa.

I primi minuti è paracetamolo che dà sollievo e l’emicrania sembra scomparire.

Per pochi istanti l’illusoria sensazione di aver risolto un problema, semplicemente convincendomi che esso non esista più, mi tranquillizza e torno a sorridere.

La sigaretta s’accende, ma il suo sapore è inconfondibile ed il suo fumo, sempre più amaro di quello delle sorelle.

Precipito, dunque, in una seconda fase ascendente più ansiogena rispetto alla prima, illusoria e inconcludente.

In tale passaggio il tempo e l’ansia spendono e spandono:

non riesco a pensare ad altro, se non al tempo che passa, e all’ansia che mi cresce dentro, allo scorrere di questo tempo.

È il “sottopressione”, mi dicono.

Atollo in cui certamente, punzecchiata dalle lance acuminate degli indigeni e dall’esigenza di reperire subito acqua potabile, lavoro meglio, e più in fretta.

Pigrizia ed il suo servo sono scomparsi. Nulla possono contro i due giganti.

È forse questo, quel brillante istante, quel meraviglioso e godurioso momento in cui ogni zucchero del mio corpo s’attiva, spingendomi a compiere il passo che da lì, lo so, mi porterà all’impegno.

La lucidità, spinta dall’ansia, aumenta e si posiziona in ogni angolo della stanza. Riposiziona gli oggetti, li dispone secondo un ordine piacevole e desiderabile,

regola la luce ed il calore, pensa e riflette.

Nell’immaginario dei pensieri stacca dagl’alberi giuste supposizioni come fossero frutti, pertinenti fili d’erba che riordina secondo logica e amore.

Sorrido, nel rendermi conto che ciò a cui sto pensando non può avere risoluzione alcuna, nella realtà della mia impresa, del mio viaggio.

Ma non cestino più nulla.

Con questi sorrisi costruiscono un acquario che mi diletto ad ammirare tra una lucidità e l’altra, aggiungendo il piacere alla difficoltà e tramutando tutto questo in impegno ed applicazione.

Di lì a poco un elemento importante sopraggiunge nel lungo viaggio.

Un momento in cui più lucidità si incontrano, fondendosi, ampliandosi ed arricchendosi di equilibri ed illuminazioni.

Nel pratico vi sono strette di mano, connessioni multimediali, e voglia di passare del tempo assieme.

Realizzare che il tempo passato insieme, da fatica quale era in partenza, diventa ora piacere, e soddisfazione nel provarla.

L’impresa, il viaggio, raggiunge sviluppi, tali sviluppi raggiungono apici, tali apici conclusioni e rese dei conti, che quasi dispiace raggiungere, una volta provata l’esperienza di un viaggio che ha un senso e mille perché.

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: